Sangue alieno
Ed. Diversa Sintonia, 2014

Sangue alieno

 

OSS (Orbital Space Station) è un’immensa distesa di metallo, con piste di collegamento e piazzole di lancio. Per agevolare le manovre di attracco delle navi, provenienti da ogni dove, file di riflettori illuminano a giorno la stazione. Per il porto di OSS passa ogni genere di merce diretta verso altri sistemi stellari. Dietro il bagliore dei fari, in ombra, si ergono maestose le sagome delle astronavi mercantili che attendono il carico degli spedizionieri.

L’officina di Roland è proprio all’ingresso dello spazio-porto.

Un nuovo cliente entra nell’hangar con fare deciso, la sua voce roca e il suo lieve accento di Boros attirano l’attenzione dei presenti prima ancora del superbo fondoschiena in bella vista.

«Mi serve uno di questi».

Roland solleva la testa dal reattore che sta riparando e si guarda attorno. Sono anni che non s’incontra un borosiano da quelle parti. Boros è il terzo pianeta di una stella azzurra di media dimensione, distante centinaia di anni luce dalla Terra. Dopo l’ultimo trattato di pace intergalattico, le navi borosiane hanno focalizzato i propri commerci altrove e non passano più da OSS.

Eppure, quell’idioma è proprio borosiano. Roland, incuriosito, smette di lavorare al motore e si avvicina a Xena An’Til. La fascinosa ibrida, incantevole fusione di carne e metallo, addetta alla distribuzione dei pezzi di ricambio, sta porgendo un pistone a un individuo incappucciato. Roland, guardingo, spia l’ospite misterioso. Lo ricambiano due occhi color ghiaccio. L’iride è cerchiata di nero. E lui li riconoscerebbe ovunque.

«Lyna?» La voce calda e profonda non riesce a nascondere lo stupore. «Lyna Konor?»

Con un gesto lento, la donna tira indietro il cappuccio e una massa di capelli color argento le cade sulle spalle, dispiegandosi in lunghe e sinuose trecce. «Sei proprio tu?».

Un mezzo sorriso piega le labbra sottili e illumina un volto pallido e senza rughe. Il riflettore, che sovrasta il punto di approvvigionamento, irradia una luce azzurrina e le fa brillare la chioma.

«Ti ricordi ancora di me» afferma l’aliena. Il tono è basso e l’accento gutturale di Boros si distingue con più chiarezza. «Dopo tutti questi anni».

«È impossibile dimenticarti, Lyna».

Lei sorride.

«Come il tuo Ky’on» ribatte, indicando la fiaschetta metallica che Roland porta agganciata alla cintura. «Non ne ho bevuto un altro simile in tutta la Galassia».

L’uomo la osserva con un’espressione indecifrabile. Le luci soffuse dello spazio-porto confondono i suoi lineamenti e nascondono bene i suoi pensieri.

«Che cosa ci fai qui?».

Lei si stringe nelle spalle, evitando il suo sguardo e si concentra sul pezzo di metallo che Xena An’Til le ha consegnato. Lo gira e rigira tra le mani, studiandone ogni imperfezione, valutandone il peso.

«Mi servivano dei ricambi» risponde, senza alzare gli occhi. «E tu sei il distributore più fornito che io conosca».

Roland non le crede. Non del tutto, almeno. La sua mente fa un salto indietro nel tempo e le parole escono prima che possa riflettere: «Quella volta non ti servivano ricambi». Una pausa, nemmeno troppo voluta. «Non mi hai mai detto cosa ti portò nella mia officina». Lo sguardo corre sul volto liscio, sulle trecce lucenti. «In quello stato».

Un’immagine indelebile si riaffaccia tra i ricordi.

Una giovane donna ferita.

Ha una chioma fluente che pare argento liquido. I suoi occhi sono di un’inquietante color ghiaccio. Si lascia cadere dal portellone di una piccola aeronave; avanza barcollando tra i mezzi in avaria parcheggiati nell’hangar, si ferma davanti a lui e lo fissa per un lunghissimo istante. Lo fissa, ma pare non vederlo. Poi, crolla priva di sensi ai suoi piedi.

Lyna trattiene il pistone e consegna a Xena alcune monete di rame.

«Offrimi un Ky’on e te lo racconterò».