Plant de geneste
Alcheringa Ed., 2015

Plant de geneste

 

Gelide spirali di nebbia salivano dal fiume avvoltolandosi nella notte. Infagottato nel mantello, Rowchester attendeva, ombra tra le ombre. Sfregò le mani per scaldarsi. La falce di luna, riflessa a tratti sulla superficie liquida, gli ricordò un altro scintillio.

 

Eleonora.

 

Occhi come cieli d’estate e il rosso del peccato nei capelli. Non importava che fosse invecchiata, né che avesse preso i voti e si fosse ritirata nell’abbazia di Fontevrault. Era la sua regina, la sola donna che avesse mai amato. Ogni suo desiderio era sempre stato un ordine.

 

«Se Giovanni deve essere re, Arturo non può vivere».

 

Era bastata una sola frase; quella notte lui era lì per mantenere la sua promessa di fedeltà.

 

Scrutò il fiume. L’occhio non gli permetteva una visuale completa, ma dopo tanti anni ci aveva fatto l’abitudine. Vedere non era poi così importante, se si usavano gli altri sensi.

 

Sagome di campanili, lo scheletro della cattedrale; sulla riva opposta, in agguato nel buio, la torre.

 

Una densa foschia soffocava ogni cosa, attutiva i suoni e rendeva le tenebre più infide e oscure che mai. La luna tremolò, dietro il velo di nebbia.

 

Sciabordio d’acqua, il tanfo della paura, poi un’ombra. La barca si avvicinò e la voce del fedele Bruce lo raggiunse come un mormorio di vento.

 

«Sir Eric». Quel grigiore che s’avviluppava attorno alle chiglie doveva dare problemi di vista anche a lui, benché avesse entrambi gli occhi.

 

Una brezza gelida soffiò sul pelo dell’acqua, diradando un po’ la bruma, e disegnò due sagome. Un uomo e un ragazzo.

 

Saltarono a bordo, Bruce si mise ai remi e diresse l’imbarcazione verso il centro del fiume.