Le sabbie delle Balakhad
Specchio Nero, 2015

Le sabbie delle Balakhad

 

Nadua fermò il cavallo e scrutò nel bagliore del sole alla ricerca di un segno di vita. Davanti a lei il khad, il "vuoto" nella lingua Dakiri. Ma tutto si poteva dire della distesa delle Balakhad, tranne che fosse vuota. In quel tratto il paesaggio era brullo, pieno di rocce e sabbia di un solo colore, inondato di luce. Una terra inospitale e infida.

Nadua aveva la bocca secca; l’ultima goccia d’acqua tiepida era scesa giù per la gola molte miglia prima. Un riflesso in lontananza attirò la sua attenzione, proprio un istante prima che il cavallo di Djamila si affiancasse al suo.

«È un villaggio» mormorò sua sorella.

Annuì, la voce incastrata nella polvere che la soffocava. Poi spronò la cavalcatura verso le case. Djamila le fu subito dietro.

Superarono una strada stretta tra cubi di sabbia e fango ammassati l’uno all’altro e giunsero in uno spazio aperto, deserto e immobile, al centro del quale c’era un pozzo.

Nadua scivolò giù dalla sella e si avvicinò al bordo. Con le mani a coppa, si protese verso il fondo e portò con avidità l’acqua alla bocca. I cavalli si disputarono il trogolo, mentre anche Djamila si riempiva le mani e lasciava scorrere l’acqua sulla testa. I capelli s’incollarono alla nuca e gli abiti si bagnarono, asciugandosi in due battiti del cuore.

Non c’era tempo per riposare. Dovevano superare la distesa e raggiungere le città costiere delle terre orientali al più presto. Dopo la caduta di Zalimar, la sola parente rimasta loro era un’anziana cugina, una Arimar dei mercanti di Karabath. Qualcuno che, forse, le avrebbe accolte nella sua casa.

Nadua non era d’accordo sul fatto di andare a Karabath. Avrebbe preferito restare e rimettere in piedi ciò che rimaneva della casa e della bottega del padre, ma in qualche modo Djamila l’aveva convinta. E ora attraversavano le Balakhad in sella ai neri Siruk che avevano rubato alle porte di Zalimar, la città precipitata nel caos dopo che il misterioso vento di morte aveva soffiato sull’impero dei Dakir; carestia e malattie avevano decimato la popolazione e ingrossato le fila di miserabili, ladri e assassini. Quando le due avevano sorpreso i cavalli a pascolare, appena fuori dall’ingresso incustodito che guardava all’Est, non si erano fatte troppi scrupoli: erano montate in sella ed erano fuggite via, veloci come il vento di cui i Siruk erano figli.

Fin lì nessuno le aveva inseguite, ma non erano neppure a metà strada dalla loro meta.

"Tra il nostro passato e il nostro futuro" pensò Nadua.

«Questo posto sembra disabitato» disse Djamila dopo una rapida ricognizione nelle stradine che si affacciavano sullo spiazzo.

«Allora faremo bene a ripartire prima che faccia notte» replicò Nadua, assicurando gli otri pieni alla sella del cavallo. «Con il buio, mi sento più sicura in piena distesa che tra le grinfie di villaggi-cadavere come questo».

Sua sorella sorrise. «Quando parli con quel tono mi fai quasi paura».

Nadua si avvicinò di nuovo al pozzo, posò in terra la sacca in cui custodiva le poche cose che avevano portato via da casa, tra cui il sigillo che avrebbe permesso alla cugina di riconoscerle come sue parenti, e riempì il recipiente posato sul bordo. Usò il mestolo di legno per prendere dell’acqua e se lo portò alla bocca, come se avesse ancora sete. Poi, con un movimento inaspettato, scagliò addosso a Djamila l’acqua rimasta nel secchio.

La piazza si riempì di strilli e risa, poi ci fu un breve inseguimento che terminò con un abbraccio nella polvere. Restarono così per un po’, senza parlare, come per trarre l’una dall’altra il coraggio di riprendere il cammino. Quindi Nadua si alzò e aiutò la sorella a rimettersi in piedi. Sistemate le vesti e riavvolti i turbanti a proteggere il viso dai raggi crudeli del sole, rimontarono in sella e uscirono dal villaggio tra il suono degli zoccoli e l’ondeggiare delle criniere dei loro Siruk.