La via dei Draghi
GDS Chimera, 2014

La via dei Draghi


Appena imboccato il sentiero, la torcia si spense.

Colpa dello stramaledetto vento che soffiava gelido tra le cime della Dorsale, pensò Nep’in.

Si lasciò sfuggire un’imprecazione – cercò la peggiore che conoscesse – e gettò via con rabbia il pezzo di legno fumante, divenuto ormai inutile. Il tonfo sordo svanì, come risucchiato dall’ombra.

Fece qualche passo in avanti e fu dentro la Gola; qui ogni corrente d’aria si placò. Nep’in rabbrividì, e non fu per il freddo dell’Êndur.

Era immersa in un’oscurità così fitta, che poteva quasi afferrarla tra le dita; prigioniera fra pareti di granito, esposta al gelo dei ghiacciai e in balia di una via ignota.

Con un borbottio sommesso, si rimproverò di essere partita senza cavallo. Qualche infimo ladruncolo Valfid aveva rubato il suo e, in quello sperduto e inospitale villaggio sulle montagne, non era riuscita a trovarne un altro. D’altronde, doveva mettersi in viaggio e raggiungere Haljifed prima che l’ultimo convoglio diretto a sud se ne andasse. Non ce ne sarebbe stato un altro prima di due lune, e lei non poteva attendere così a lungo.

Cercò di non pensare alle rocce che, ai lati della via ricoperta di ghiaccio, incombevano su di lei come se volessero schiacciarla. In effetti, nel buio non riusciva neanche vagamente a distinguerne i contorni.

Aveva percorso una sola volta, di giorno, la Dorsale del Birdëenad, attraverso la gola del Vento, e tentò di rammentare come si sviluppasse il sentiero. Aveva il pallido ricordo di una strada battuta e ghiacciata che si infilava dritta tra i monti, ma le poche, tenui stelle nel cielo non bastavano a darle conferma. Persino le tre lune di Imaginarium si distinguevano a malapena, nel manto nero che ricopriva ogni cosa.

Fece un centinaio di passi, cercando di restare su quello che – per puro istinto, dato che i suoi occhi erano ciechi – le pareva essere il centro del sentiero.

Oltre a quello dei suoi passi incerti, inghiottito dall’oscurità, non si udiva altro rumore sulla montagna. Non era normale che in uno spazio aperto come quello non ci fossero suoni, nessun verso di animali, né un fruscio d’alberi o cespugli o lo scorrere di un ruscello. Lì sulla Dorsale, le ombre erano immobili e mute.